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L'articolo è diviso in quattro parti che corrispondono ai periodi nei quali Freud introdusse e, quindi, modificò il concetto di repressione. Negli scritti appartenenti al periodo 1894-1896 Freud definì la repressione come l'attiva soppressione di un ricordo. I ricordi che erano repressi nell'adulto apparivano dolorosi e il processo della repressione si verificava solo negli individui che avevano avuto un'esperienza sessuale nell'infanzia. Tale esperienza, piacevole nel momento in cui si era presentata, veniva in seguito giudicata riprovevole e il relativo ricordo veniva represso.
In seguito ad ulteriori ricerche condotte su neurotici e in base ai risultati dell'autoanalisi, Freud nel periodo 1900-1906 fu costretto a correggere le prime ipotesi. Infatti egli si avvide che le esperienze sessuali infantili non costituivano eventualità eccezionali e, in se stesse, patogene, ma fenomeni appartenenti al normale sviluppo (Tre Saggi su la Sessualità, 1905). I ricordi repressi che, in principio, erano stati collegati a esperienze sessuali infantili, risultarono riferiti a fantasie sessuali. Non solo la sessualità infantile, ma anche la repressione viene considerata non più come una caratteristica della neurosi, ma come un fenomeno che si realizza anche negli individui normali. Tra questi ultimi e i neurotici esistono differenze non qualitative, ma solo quantitative.
Nel periodo 1911-1915 Freud esaminò le differenze esistenti tra la repressione che si verifica nell'infanzia (repressione primaria) e quella che si presenta nell'adulto (repressione propriamente detta). La repressione primaria risultava intimamente connessa e responsabile dei processi di fissazione. Con il termine repressione propriamente detta si intendeva l'esclusione, l'allontanamento dalla coscienza dei derivati (preconsci) del materiale represso. “Non è la repressione in se stessa che produce formazioni sostitutive e sintomi, ma questi fenomeni rappresentano indizi di un ritorno del materiale represso”. Questo