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I punti base della concezione psicoanalitica della depressione furono sviluppati principalmente da ABRAHAM, FREUD e RADO, con lavori apparsi dal 1910 al 1930. ABRAHAM considera essenziali allo sviluppo di una sindrome depressiva, tre dati psicodinamicamente importanti:
Il dominio nella vita mentale del soggetto di una ambivalenza più radicale di quella esistente nelle nevrosi di coazione, per cui le quantità di amore e di odio si bilanciano in un equilibrio particolarmente instabile.
La natura squisitamente orale di tale ambivalenza, quale è rivelata dalle inibizioni alimentari, dai contenuti fantasmatici che appaiono nella ideazione depressiva, dalle difese e dalle strutture caratteriali dei soggetti che ammalano di depressione.
La depressione primaria infantile. Per ABRAHAM cioè l'episodio depressivo adulto si rifà sempre ad un episodio depressivo infantile, sviluppatosi in seguito a una frustrazione orale (tipico lo svezzamento).
Il contributo di FREUD alla teoria psicoanalitica della depressione è contenuto in “Lutto e Malinconia” del 1917. Collegando la malinconia con la reazione del cordoglio che segue alla perdita di una persona cara, FREUD inserisce la depressione nella fenomenologia generale della perdita dell'oggetto e, nel medesimo tempo differenziando una situazione dall'altra, individua nella posizione narcisistica e nel processo di introiezione-indentificazione con l'oggetto perduto e inconsciamente odiato, i fatti fondamentali della depressione.
Il processo di introiezione dell'oggetto perduto nell'Io, serve infatti sia a spiegare i disturbi dell'Io (le persone depresse per la perdita dell'oggetto d'amore si comportano come se avessero perso il proprio Io) che la generale impostazione autoaggressiva (deliri di colpa) del depresso, come risultato del riversarsi sul soggetto della ostilità previamente rivolta all'oggetto.