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Nel tentativo di approfondire la conoscenza del fenomeno dell'angoscia converrà distinguere, come è di prammatica nell'affrontare il problema (vedi BOUTONIER, FREUD, JANET, JASPERS, etc.), l'ansia dalla paura. Il carattere discriminativo tra questi due fenomeni è costituito dalla conoscenza o meno del pericolo. Infatti, come scrive JANET “l'angoscia è paura senza oggetto”; così anche FREUD sottolinea che l'ansia, stato d'animo nell'Imminenza di un pericolo, ha un carattere indeterminato ed è propriamente priva di un oggetto.
Riteniamo perciò utile iniziare una disamina del fenomeno ponendoci il quesito: quale è il pericolo sconosciuto, paventato nello stato d'angoscia?
Indagando sulle prime reazioni ansiose del neonato, FREUD (in “Inibizione Sintomo e Angoscia”) le riconduce a situazioni di pericolo mortale e puntualizza che l'angoscia sia una reazione a una perdita, a una separazione; avanza quindi l'Ipotesi che “vi sia un momento storico che leghi strettamente insieme le sensazioni e le innervazioni dell'angoscia. In altre parole, che lo stato d'angoscia sia la riproduzione di un evento che contiene le condizioni di un simile aumento di stimoli e della scarica lungo vie determinate, e che attraverso ciò, dunque, la pena dell'angoscia riceva il suo carattere specifico. Il modello originario di un simile evento appare, nella specie umana, la nascita…”.
FREUD stesso però esprime dei dubbi sulla validità di tale ipotesi in base al fatto che “la nascita non viene soggettivamente vissuta come una separazione dalla madre, poiché questa, quale oggetto, è del tutto sconosciuto al feto” e sottolinea inoltre che non è possibile ricondurre, come sostiene RANK, tutte le angosce infantili, e le successive, al trauma della nascita.
È possibile invece ritenere (FREUD, MALLET, etc.) che sia l'accrescersi degli stimoli, quando venga superata una certa soglia, a rappresentare un pericolo mortale, e a determinare perciò l'angoscia. E nella nascita, come in altre situazioni, quali ad es.