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Il relatore esordisce con una rapida rassegna dei principali lavori dedicati alla depersonalizzazione, a partire dai primi tentativi psichiatrici di isolamento e descrizione di una sindrome clinica caratterizzata da “sentimento di estraneità” (KRISHABER) fino alle più recenti ricerche psicoanalitiche sull'argomento. Si duole Egli che in quasi tutti quei lavori l'etologia rimanga oscura o sia tratteggiata in modo confuso e che lo stesso quadro sintomatico del disturbo (il fenomeno non sempre attinge il significato e la portata di una vera e propria infermità) vi appaia incerto e multiforme. - Il che, peraltro, troverebbe giustificazione nel polimorfismo clinico della affezione, nella quale raramente gli elementi essenziali si presentano al completo nel medesimo soggetto, tanto da potersi affermare che le varianti individuali costituiscano la regola piuttosto che l'eccezione.
Il R. ritiene, perciò, che un tentativo di caratterizzare il fenomeno della depersonalizzazione - fatta eccezione dalle forme neurologiche - in tanto possa conseguire un risultato proficuo in quanto riesca 1) a postulare dalla varietà sintomatologica e dalla polivalenza dei fattori genetici una etiologia tanto generale da abbracciare tutti i casi; 2) a operare una ricostruzione strutturale del fenomeno da un punto di vista sufficientemente lontano rispetto alla immediata osservazione del quadro sintomatico sì da comprendere la totalità delle varie forme cliniche.