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Le diverse concezioni patogenetiche conducono ad opinioni piuttosto divergenti nel campo della terapia delle psicosi. Anche a prescindere dalla discussione in merito alle opinioni estreme, come di chi sostiene il carattere puramente processuale biopatico delle psicosi e quindi respinge come assurdo ogni intervento psicoterapico, il campo è diviso fra coloro che tra i fattori patogenetici ritengono essenziali quelli somatici, coloro che attribuiscono un ruolo preponderante all'eredità, coloro che, pur credendo alle ipotesi sostenute dalla psicoanalisi (e che quindi ad una componente biologica associano fattori e significato psicologico nelle sindromi psicotiche) sono però dubbiosi circa l'efficacia di un trattamento psicoterapico, e, infine, coloro che, oltre ad accettare queste premesse eziopatogenetiche, credono alla possibilità di trattare gli psicotici per mezzo della psicoterapia.
Il problema dell'efficacia del trattamento psicoterapico e perciò delle sue indicazioni nelle psicosi dell'età evolutiva non è affatto risolto anche per la modesta entità delle osservazioni pubblicate. Pertanto riteniamo utile portare un contributo ad una raccolta casistica, che dovrà essere necessariamente molto vasta per poter stabilire in quali casi ed entro quali limiti sia indicato un trattamento psicoterapico, iniziando con l'esposizione di uno dei casi da noi seguiti con tale forma di trattamento. Il caso che ci accingiamo ad esporre è stato trattato personalmente da uno di noi (Ferretti) col controllo dell'altro (Bartoleschi).
Si tratta di un malato - Giulio L. - di 13 anni, figlio di un operaio fonditore di 59 anni e di una donna di 54 anni dedita ai lavori domestici. Il livello sociale, culturale, economico della famiglia è modesto.
Non risultano malattie degne di nota negli ascendenti. Soltanto si sa che il padre molti anni fa ebbe una “crisi” durata una quindicina di giorni, durante