You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Durante i primi anni in cui la psicoanalisi è venuta sviluppandosi, quasi senza eccezione, ogni nuova scoperta clinica poteva essere immediatamente considerata nell'ambito delle implicazioni teoretiche generali proprie alla dottrina psicoanalitica: veniva cioè tradotta in termini metapsicologici.
Con l'ampliarsi delle conoscenze e della esperienza clinica si è venuto a creare un crescente distacco tra coloro che si sono preoccupati di utilizzare il materiale clinico per arricchire le conoscenze dei contenuti e dei meccanismi inconsci, e coloro che si sono occupati della spiegazione e della elaborazione della teoria psicoanalitica in senso “metapsicologico”.
Come necessaria conseguenza di questo distacco è sorto quindi il problema di ridimensionare, in senso clinico, alcune ipotesi psicoanalitiche basate non sull'interpretazione di contenuti specifici, bensì su ipotesi generali aspecifiche, riguardanti la struttura e le funzioni dell'apparato psichico.
Questa opera di ridimensionamento e di reintegrazione tende ad una sempre maggiore e più sistematica coesione delle concezioni psicoanalitiche, sia mediante lo studio organico del loro sviluppo storico che mediante la unificazione delle ipotesi teoretiche connesse ad osservazioni cliniche ben definite.
Se a rigore non si può ancora parlare di “scienza psicoanalitica”, (come sarebbe la psicoanalisi completamente sistematizzata), bisogna tuttavia riconoscere che negli ultimi quaranta anni sono state poste le basi di una vera scienza, che si serve di metodi vari, e tra essi non ultimo quello sperimentale, ed il cui compito è quello di superare ogni interpretazione mistica o romantica della personalità umana.
Partendo appunto da questa impostazione rigorosamente scientifica gli