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Prima di sviluppare alcune considerazioni personali, vorrei riferirmi a taluni aspetti della concezione generale del controtransfert, quale fu esposta nell'eccellente relazione di Bofill e Folch al recente Congresso degli Psicoanalisti di lingua romanza di Barcellona.
A tale proposito, ciò che maggiormente mi ha colpito, sia nella relazione che negli interventi, è stato il sentire così spesso parlare i vari oratori del problema dell'autenticità dell'analista e il vedere farsi sempre più strada la tendenza (peraltro contrastata da alcuni interventi) a stabilire una specie di rapporto di specularità tra la situazione dell'analista e la situazione dell'analizzato. Questi due temi nei quali fu discusso il problema del controtransfert, quello della autenticità e quello della specularità dei due partner del rapporto analitico, mi sembrano tra di loro strettamente collegati ed è per questo che mi sento propenso ad accettare quelle che potremmo chiamare le nuove vedute sul controtransfert.
Vorrei così innanzitutto sottolineare le osservazioni sulle difese narcisistiche dell'analista, rivolte alla conservazione della propria immagine ideale, come ostacolo fondamentale alla esplorazione del controtransfert.
Vale la pena di ricordare che Breuer abbandonò la collaborazione con Freud a causa di una reazione di fuga di fronte al transfert, percepito come una complicazione malaugurata. La psicoanalisi perciò poté nascere ad opera della valorizzazione euristica di quello stesso fatto che da Breuer era stato considerato come una complicazione spiacevole. Allo stesso modo noi oggi possiamo accorgerci che, analogamente al transfert, il controtransfert può essere considerato, non più come una complicazione indesiderata, ma come una situazione inevitabile ed euristicamente feconda.
Superata la ferita narcisistica, il riconoscere continuamente operanti in se stesso gli elementi inconsci che operano nell'analizzato può condurre l'analista