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Annie Reik ha compiuto, come è noto, una accurata anche se breve analisi critica delle concezioni che riguardano il controtransfert; essa ha messo in rilievo tra l'altro un errore che spesso viene compiuto da coloro che sono preposti all'insegnamento della psicoanalisi.
La Reik si riferisce in particolare alla opportunità, espressa da parecchi autori, di considerare tutte le interpretazioni errate e tutti gli errori nel trattare la situazione analitica come espressioni di controtransfert. Questa opinione ha condotto alla convinzione altrettanto errata che compito principale e unico dell'analista di controllo sia quello di evidenziare e analizzare il controtransfert dell'allievo nel rapporto con il paziente ed il controllore, invece di insegnare in che modo applicare i principi della psicoanalisi alle complesse manifestazioni che costituiscono il materiale clinico.
È questo un modo di ammettere implicitamente che il giovane psicoanalista possiede cognizioni innate di psicopatologia, ed un sapere altrettanto innato che gli permette di valutare l'esattezza dell'interpretazione, e che quindi i suoi errori sono legati esclusivamente al controtransfert e nulla hanno a che vedere con la mancanza di conoscenza e di esperienza.
La verità è che ciò che determina in noi il modo di condurre l'analisi ha i suoi fondamenti tanto nell'ambito del nostro sapere teorico e clinico, quanto nell'ambito dei processi intuitivi.
È per questa ragione che dobbiamo preoccuparci giustamente degli ostacoli psicologici che possono turbare questi processi intuitivi, ma d'altro lato renderci conto che ciò che conosciamo dalla comprensione intuitiva tende a portarci anche a grosse confusioni proprio per ciò che riguarda il controtransfert.
In questo mio intervento desidererei appunto considerare brevemente come, in analogia all'errore segnalatoci dalla Reik, ne può sorgere un altro non meno grave che consiste nel considerare il controtransfert, nella sua forma più vincolante ed impegn