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Accingendomi a scrivere questo saggio introduttivo a un futuro studio psicoanalitico più esauriente della Divina Commedia; desidero in qualche modo rivendicare la validità scientifica di ciò che si usa denominare “psicoanalisi applicata”. Una tendenza vieppiù accentuata e che pare non riconoscere la vera natura della psicoanalisi come disciplina antropologica suscettibile di molteplici applicazioni (fra le altre alla psicopatologia e alla pratica della medicina) ha relegato in secondo piano, negli ultimi tempi, quei lavori di investigazione psicologica il cui materiale non sorga direttamente dalla realtà clinica: specialmente dalla “seduta” di psicoanalisi. Di qui non vi è che un passo per considerare i saggi di psicoanalisi applicata quali meri esempi della possibilità di inquadrare diverse manifestazioni culturali nello schema clinicamente corroborato della teoria psicoanalitica.
Tale punto di vista ha portato a sottovalutare gli studi di psicoanalisi applicata, e a vedere in essi dei sottoprodotti di seconda mano, o semplici “exercises de style” con un certo carattere dilettantesco, nei quali si cercava con dimostrazioni a volte gratuite, di far coincidere una interpretazione congetturale del senso di un'opera artistica o letteraria con lo schema di una teoria scientifica elaborata nel crogiuolo della realtà clinica.
Alla luce e all'ombra di tale pregiudizio, solamente il materiale psicopatologico e gli accadimenti intervenuti nel quadro della “seduta” di psicoanalisi erano le fonti valide alle quali era lecito appellarsi nel lavoro di raffronto dei ritrovati scientifici. Tutte le restanti aree dell'attività dell'uomo rimanevano così come zone suscettibili di essere illuminate, ma di luce propria.