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Negli anni dal 1950 al 1960 si è andata delineando nell'ambito della psicoanalisi una nuova corrente, che, pur attraverso espressioni differenti e molteplici, è caratterizzata dal comune tentativo di giungere a una integrazione dell'aspetto socio-culturale della personalità con quello biologico. Questa corrente, attualmente in rapido sviluppo, è seguita non senza apprensione e diffidenza da coloro, tra gli psicoanalisti, che tendono a considerare la psicoanalisi come la sola psicologia effettivamente scientifica, perché fondata su basi biologiche. Tra i maggiori rappresentanti della nuova corrente vi sono psicoanalisti come French, Erikson, Gardner Murphy, Kardiner, Ackerman.
L'apprensione e la diffidenza mi sembrano comprensibili, anche se non del tutto giustificabili. La difesa contro interferenze “culturalistiche” di vario genere è in un certo senso tradizionale in psicoanalisi. Fin dalle origini infatti, la dottrina di Freud cadde nel bel mezzo di un mondo psicologico in cui l'attività psichica coincideva esclusivamente con la coscienza. La “psicologia del profondo”, così come è accaduto ad altre grandi scoperte, impersonò nel mondo in cui cadde la parabola del brutto anatroccolo. Una delle accuse in apparenza più convincenti a cui venne precocemente sottoposta fu appunto quella d'ordine culturale.
Che questa accusa tenesse il campo e resistesse a lungo è mostrato, tra l'altro, dal fatto che Fenichel dovette attivamente occuparsene, non soltanto nel suo Spezielle Neurosenlehere ma anche, com'è noto, nel successivo The Psychoanalytic Theory of Neuroses . Quest'ultimo volume praticamente si apre con la seguente osservazione: “Alcuni sostengono