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Coloro che come me apprezzano altamente l'opera di René Diatkine, al pari della sua qualità umana, avranno vissuto un'esperienza appassionante seguendo le idee originali ch'egli ha sviluppato in risposta alle aspettative del nostro Congresso. L'effetto stimolante del suo studio sull'aggressività è tale che al momento di intervenire nell'argomento, che investe l'attività analitica tutta intera, mi domando come sia possibile non fare eco all'insieme della sua trattazione per un soggetto di discussione limitato.
Si tratti delle fonti libidiche o autogene dell'aggressività, della sua derivazione da un istinto letale e della inserzione di entrambi in un principio del Vuoto, della sua funzione necessaria nell'economia psichica (con tutta la patologia che ne deriva), delle qualità costitutive dell'oggetto d'aggressività o ancora del destino sociale dell'aggressività e dei suoi sbocchi, e così di seguito, non riesco a pensare che ciascuno di noi non si debba sentire chiamato in causa. Per parte mia sottoporrei volentieri a più ampio esame le concezioni di Hartman, Kris e Loewenstein. Mi piacerebbe, altresì, motivare il mio pieno accordo con la critica, fatta dall'autore, della confusione cronologica e antropomorfica che comporta l'estensione, sino alle origini della vita, di fantasmi la cui produzione dipende da una strumentazione molto successiva.
Permettetemi, però, di limitarmi a seguire Diatkine nella sua messa in guardia contro le seduzioni di una etologia “troppo umana”: giacché l'etologia comincia, secondo il detto di Tinbergen, dalla rimessa in dubbio delle evidenze del senso comune. Ma questo non mi riuscirebbe né come etologo né come specialista di metodologia concettuale come può essere Benassy. Il titolo cui pretendo è unicamente quello di praticante psicoanalitico dell'etologia che pratica non solo libri, credetemi, ma anche la natura e l'allevamento, senza i quali nessuna idea in proposito è in grado di respirare.
Comparaison n'est pas raison. Certo