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L'A. premettendo gli apporti della letteratura sull'argomento da Freud in poi studia il significato narcisistico di alcune condotte masochistiche partendo dall'osservazione del caso Jeanine (anni 28).
La prima osservazione è che l'aggressività dell'ambiente ha lo scopo
di consentire al soggetto di controllare l'efficienza delle proprie difese dirette a contenere la propria aggressività.
La seconda osservazione riguarda l'effetto disorganizzante che questi pazienti annettono alle proprie pulsioni sia libidiche che aggressive.
Il terzo punto riguarda l'esibizionismo più o meno implicito nel masochismo; esibizionismo che mira a dimostrare la capacità a contenere il proprio odio.
L'A. si richiama a Freud, quando questi ammette un masochismo primario rintracciabile negli sforzi del piccolo bambino per padroneggiare il proprio corpo, per la prima formulazione narcisistica del masochismo.
Chiedendosi quale significato abbiano le condotte narcisistiche l'A. è indotto a ritenere che esse trovino la loro origine negli strati più lontani dell'apparato mentale e che pertanto non sia consentito altro che formulare delle ipotesi. Pertanto egli considera l'esistenza di una coppia di forze espresse nella dualità espansione-concentrazione. Possono — egli dice — essere intese come istinti nel senso di Freud, ma nessuna delle due è più dell'altra di vita o di morte: la vita risulta dal loro incontro. Il disquilibrio fra le due tendenze dà angoscia; il ritorno ad un equilibrio oscillante, non statico, dà piacere. L'A. ritiene di mantenersi nel linguaggio di Freud se azzarda l'ipotesi che come eredità filogenetica vi sia la sensazione che la pulsione — ció che spinge verso l'esterno -, sia destrutturante. Questi pazienti hanno bisogno dell'esterno come memorizzatore dello schema corporeo interiormente non sentito. In questi pazienti la ricerca del proprio Io e dei suoi confini avviene per mezzo delle immagini sadiche interiorizzate. Le immagini aggressive proiettate vengono disposte secondo