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Piuttosto che raccogliere i vari disturbi del linguaggio sotto il titolo unitario di “balbuzie”, l'A. ritiene si debba parlare di “difficoltà” o “impedimenti” del linguaggio; inoltre, ritiene che si debba non solo distinguere i diversi tipi di difficoltà secondo la causa operativa, ma anche determinare di ciascun tipo la molteplicità e la complessità dei meccanismi neuromuscolari, per una efficace azione terapeutica. Non una terapia basata su “azioni correttive”, si badi, ma, all'opposto, una terapia basata sulla considerazione che tali meccanismi muscolari, specialmente per ció che riguarda la lingua, rappresentino espressioni psicosomatiche di stati affettivi, che debbono essere rinviati al paziente tradotti secondo la loro attuale modalità muscolare di rappresentazione.
L'A. ha anche una sua originale teoria della patogenesi delle difficoltà del linguaggio. Secondo la sua lunga esperienza, vi è un tic linguale iniziale, comune a ogni tipo di difficoltà, e che, in base alla sua funzione psicodinamica, l'A. descrive come “blesità contrastata” (thwarted lisp). Il movimento che la lingua compie per la pronuncia di suoni come le dentali e le palatali (o meglio, palato-dentali e palato-nasali; per es.: d, l, r, s, n, t) puó essere vissuto nel suo effettuarsi come una “gestalt” posturale “diretta a suono bleso” (“lispwards”). Contro determinate connotazioni affettive arcaiche attribuite a tale movimento lispwards, interviene un'azione opposta, diretta ad “annullare” l'impulso. Se tale azione si ferma a questo punto, puó risultarne una semplice dislalia, non percepita come un tic linguale né dal soggetto né dall'osservatore. Ma è da questo punto che le cose possono complicarsi ed aggravarsi. A seguito del primo tic, altre azioni oppositorie possono intervenire, contro altri movimenti linguali in atto o contro la minacciosa attesa