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Si parla ogni tanto, nei lavori psicoanalitici e nelle discussioni scientifiche, di tendenza al ritorno nel ventre materno, ma l'essenza del fenomeno appare fondamentalmente oscura. Di fronte al problema di una regressione talmente estrema, diventano comprensibili e la difficoltà a ben utilizzare i dati clinici e lo stesso disagio personale di chi se ne occupa.
Scopo del presente studio è cercare di fare il punto sull'argomento: saranno però molti gli interrogativi a cui non mi pare per ora si possa dare una risposta. Il primo quesito da affrontare è ovviamente se questa tendenza veramente esista. L'esame della letteratura psicoanalitica mostra che i classici hanno considerato questa esistenza non tanto come una eventualità ma come una piattaforma su cui ogni individuo modella una gran parte della sua vita affettiva.
Cominciamo da Freud: “Con la nascita si è formato un impulso a ritornare nella vita intrauterina, un impulso a dormire; il sogno è un tale ritorno nel grembo materno”, dice nel Sommario di psicoanalisi.
E nella Metapsicologia: “Il sonno è una riattivazione del soggiorno nel ventre materno: le stesse condizioni di atteggiamento, di riposo, di calore, di soppressione delle eccitazioni vi si trovano realizzate”.
Ne L'interpretazione dei sogni: “Esistono sogni di paesaggi e di località, dove si ha in sogno la sicurezza, di essere già stati un'altra volta. Questo ‘déjà vu’ ha però in sogno un significato diverso. Risulta sempre che questa località è il genitale della madre; infatti di nessun'altra si può affermare con ugual sicurezza di esserci già stati un'altra volta… Un grande numero di sogni, che spesso hanno un carattere angoscioso, nei