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L'amico Bellanova mi perdonerà se, in deroga alla buona norma di congratularsi con l'oratore per la compiutezza della sua esposizione e in ordine invece a un problema che considero di carattere preliminare, io comincerò confessando che, di primo acchito, la sua esposizione non mi è parsa molto compiuta. Non mi è sfuggito, naturalmente, che il suo sia un tono dimesso ma consapevole, e che egli cerchi continuamente di tirarsi indietro, come per far si che il suo paziente risalti in tutta la sua vistosa e non comune problematica. Pure, per come conosco il Dott. Bellanova, io sono in grado di assicurare che se in luogo di questo paziente-pittore egli ci avesse esposto il caso di un qualsiasi altro paziente non artista, egli sarebbe stato molto più esauriente. Che cosa manca dunque a questa esposizione, che sembra per un verso sguarnita, e per l'altro estremamente ricca e stimolante?
Forse avremmo desiderato sapere di più in senso analitico. Al di là del vistoso materiale offerto da questo paziente, avremmo forse desiderato sapere di più, per esempio, sulle sue esperienze profonde, sui contenuti rimossi che sottendono gli elaborati manifesti dei suoi quadri.
Ora, chi fra noi ha avuto occasione di trattare pazienti artisti, e in particolare pittori, ed ha acquistato familiarità con la letteratura al riguardo, sa che, purtroppo, arrivare con l'analisi al di là dei contenuti preconsci connessi con la produzione artistica è non solo estremamente difficile ma, almeno nella mia esperienza, neppure molto consigliabile. Già Ernest Kris ebbe a rilevare, a questo riguardo, come sia “spiacevole che materiale clinico di tale tipo” - (materiale, cioè, rimosso) - “sia stato messo a disposizione solo raramente e che, nella grande maggioranza dei casi, non possa essere reso disponibile” (1). Secondo Kris, occorre tener presente che esso tende comunque “a rimanere altamente