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Nelle “Note sui meccanismi schizoidi” (1) M. Klein propone il termine di identificazione proiettiva per indicare una relazione d'oggetto aggressiva, a livello degli oggetti parziali, dominata da un fantasma di onnipotenza, in cui prevalgono movimenti temporanei di espulsione violenta dal Sé e collocamento nell'oggetto di parti del Sé o degli oggetti interni, allo scopo di controllare o distruggere l'oggetto stesso. Nella misura in cui ogni identificazione proiettiva implica meccanismi di splitting con cui viene attenuata l'angoscia di annientamento dall'interno, è implicita, nel lavoro citato, l'attribuzione all'identificazione proiettiva anche della funzione di difesa dalla persecuzione dall'interno.
Nel lavoro “Sulla identificazione” (2) M. Klein, dopo avere ribadito il concetto di complementarità e di inter-reazione tra meccanismi proiettivi ed introiettivi, e della possibilità di identificazione con l'oggetto previa la attribuzione a questo di proprie qualità od attributi, sviluppa il concetto di identificazione proiettiva anche nel senso di un rapporto libidico con l'oggetto. Riprendendo infatti la considerazione di Freud sul processo di innamoramento secondo cui in tale condizione l'oggetto è trattato nello stesso modo del nostro proprio Io, cosicché una considerevole quantità di libido narcisistica trabocca sull'oggetto d'amore per le perfezioni che ci siamo sforzati di raggiungere per il nostro stesso Io, M. Klein osserva che il processo descritto da Freud implica che l'oggetto amato “sia sentito contenere una parte scissa amata e valorizzata del Sé, che in questo modo continua la sua esistenza dentro l'oggetto.