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Mio caro amico, ho sentito pressante il bisogno di portare un contributo alla celebrazione del Vostro settantesimo compleanno con un mio scritto, e mi sono sforzato a lungo di trovare qualcosa che potesse essere degno di Voi ed esprimere la mia ammirazione per il Vostro amore per la verità, il coraggio nell'affermare i Vostri principi, l'affetto e la devozione che avete dimostrato per l'umanità; o ancora qualcosa che potesse testimoniare la mia gratitudine per Voi che come scrittore mi avete offerto tanti momenti di entusiasmo e di piacere. Ma i miei sforzi sono stati vani. Sono dieci anni più vecchio di Voi, e la mia capacità creativa è giunta al suo termine. Tutto ciò che ho potuto trovare per offrirvelo è il dono di un essere impoverito che ha visto giorni migliori.
Voi sapete che scopo del mio lavoro scientifico era di far luce sulle manifestazioni non comuni, anormali e patologiche del pensiero. Di riportare cioè tali manifestazioni alle forze psicologiche che le determinano e di indicare i meccanismi che vi prendono parte. Incominciai a fare un primo tentativo su me stesso, poi lo applicai su altre persone ed infine lo estesi arditamente alla specie umana in genere.
Nel corso degli ultimi anni mi si affacciò ripetutamente alla memoria un fenomeno di questo genere, che io stesso avevo sperimentato una generazione addietro, nel 1904, fenomeno che non ero mai riuscito a spiegarmi. Dapprima non ne vidi il perché, ma alla fine decisi di analizzare il fatto e vengo ora a farVi partecipe dei risultati della mia indagine. Nel corso della descrizione naturalmente, dovrò chiedervi di prestare attenzione a certi eventi della mia vita privata che altrimenti non meriterebbero la Vostra attenzione.
Ogni anno, alla stessa epoca, verso la fine di agosto o il principio di settembre, ero solito intraprendere assieme ad un mio fratello minore un viaggio di piacere, che durava abitualmente qualche settimana e ci portava di solito a Roma od in altra regione d'Italia, in qualche local