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Questo lavoro mi è stato suggerito dalla maturazione di idee che, dapprima vissute come vaghe intuizioni fin dall'inizio della mia pratica psicoanalitica, si sono precisate in relazione a specifiche esperienze vissute coi pazienti.
In parte forse per una tendenza personale ed in parte probabilmente per il genere di pazienti che ho avuto l'occasione di trattare, ho sempre pensato (anche se più dubbioso all'inizio), che pur mantenendo quel distacco necessario a conservare l'obiettività, un certo grado di coinvolgimento di una parte della mia personalità nei conflitti e nelle difese del paziente fosse necessario sia per capire il malato sia per fornirgli un aiuto dinamicamente più efficace.
Direi che all'inizio tutto ciò è avvenuto mio malgrado: il mio sforzo di mantenermi il più possibile distaccato, oltre a contrastare col bisogno di identificarmi col paziente, veniva frustrato dalle reazioni emotive che vari pazienti suscitavano in me e dal bisogno che quindi avevo di una frequente elaborazione autoanalitica.
Non ho mai avuto l'idea che Freud, consigliando allo psicoanalista “freddezza di sentimenti”, intendesse alla lettera di “prendere come modello il chirurgo”. Come cioè se l'analista dovesse essere un operatore freddo e impassibile che “lascia da parte ogni reazione affettiva e perfino ogni simpatia umana”. A prescindere dal fatto che anche il chirurgo - pur dovendo ovviamente essere padrone dei propri sentimenti - sarebbe un cattivo chirurgo se si riducesse ad una specie di robot e ciò vale tanto più per uno psicoanalista, se si limitasse ad essere “il ricevitore telefonico che trasforma gli impulsi telefonici in onde sonore”, lo stesso Freud dice che lo psicoanalista deve essere “capace di servirsi del proprio inconscio come di uno strumento”, e