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Il libro di Giancarlo Zapparoli edito da Bompiani nella collana “Uomo e società”, di 139 pagine, è il risultato di oltre tre lustri di esperienze e di lavoro clinico ospedaliero e privato, ma in primo luogo, come quei rari libri dove l'oggetto della trattazione è parte della vita vissuta dell'autore, delle sue speranze, dei suoi travagli, della sua contenuta passione nello sforzo di permettere una vita umana a chi sembrerebbe ormai destinato a perdersi nella notte dei tempi, è anche un libro autobiografico.
Non è solo indispensabile, ci avverte Zapparoli, una comprensione empatica degli aneliti verso la salvezza, della disperata resa, dell'angoscia mortale, dell'improvviso riso demenziale di colui che, scivolando irrimediabilmente verso il nulla, avendo perduto il mondo degli oggetti e se stesso, la sua umana dignità, tenta una volta ancora di uscire dalla notte senza fine della sua disintegrazione, ricreando con il delirio una realtà, un mondo di oggetti che è pur tuttavia un sogno, vana parvenza di risi beffardi, di volti minacciosi, di comandi persecutori, che pure non si dilegua, ma al di là di questa comprensione ancor più necessario è ritrovare in se stessi, come Zapparoli ha certamente fatto, il significato, l'umana matrice anche di quei conflitti, di quell'angoscia, il bisogno del bambino di poter anche delirare.
D'altra parte il libro è anche il risultato di una perfetta fusione di empatia e di contemplativo rigore scientifico che non indulge mai nel sentimentalismo e si mantiene sempre su di un piano di contenuta passione scientifica nella ricerca di soluzioni teoriche e metodi operativi che permettano di scoprire “le vie di accesso al delirio”.
Il punto nodale di tutta la trattazione, il più suggestivo, quello che rappresenta il salto qualitativo rispetto a tanti altri tentativi di spiegazione e proposte di interventi tecnici nella psicopatologia delle psicosi schizofreniche, è la comprensione del fondamentale bisogno di delirare degli schizofrenici.
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