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Due prevalenti ragioni m'inducono a presentare il caso di Silvana. Da un lato mi pare che debba risultare piuttosto singolare la comparsa di fenomeni come quelli che ho proposto, di per sé non nuovi né eccezionali, nel corso dello stesso processo psicoanalitico, secondo un'articolazione che consente qualche riflessione interpretativa. D'altra parte si tratta di una paziente a cui devo alcune delle situazioni più difficili della mia esperienza di lavoro, ma anche la possibilità di averle proficuamente superate.1 In effetti, per dirla con Fajrajzen, la situazione terapeutica produsse in Silvana delle “reazioni macrodepressive” e, dopo alcune delle sedute più tempestose, provocò anche in me delle “reazioni microdepressive”. Utilizzando l'esauriente elencazione dello stesso Fajrajzen potrei riassumere quelli che, anche a posteriori, mi sembrano essere i motivi di tali reazioni: sostanzialmente la paziente mal tollerava la regola dell'astinenza, mi rimproverava di non amarla, scopriva di essere alla mercé del suo Super-Io e presentava, non di rado, reazioni terapeutiche negative. Per parte mia constatavo come la paziente, che si può dire sia vissuta per tre anni in funzione della terapia analitica, riuscisse di frequente con la sua condotta a farmi sentire in una mortificante condizione d'impotenza.
Se non fosse per l'importante lavoro di J. Kestenberg, si direbbe che dell'erotomania si sono occupati fin qui più largamente gli psichiatri che gli psicoanalisti, probabilmente per il fatto che l'erotomania non si presta ad una cura analitica classica e perché il maneggiamento del transfert dell'erotomane comporta particolari difficoltà. Peraltro Kestenberg fa