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L'argomento che mi accingo ad esporre è estremamente vasto e complesso, ma per ragioni che cercheremo tra poco di chiarire è stato finora ben poco studiato in psicoanalisi. Se si eccettua il tentativo notevole compiuto da Paul Federn (3) e sostenuto da Edoardo Weiss (29a), si può dire che nessun analista si sia finora cimentato in uno studio esauriente in questo campo. Non presumo certo di poterlo fare io con questo lavoro, che considero non più che una introduzione all'argomento. Mi auguro soltanto che l'esperienza lentamente acquisita nel corso di anni di interesse e di ricerca al riguardo, mi consenta di dare un'idea della entità e della molteplicità dei problemi che i fenomeni imitativi pongono alla nostra investigazione.
Un esame accurato della letteratura psicoanalitica rivela che gli analisti si sono trovati più spesso di quanto si possa immaginare di fronte ai fenomeni imitativi e ai problemi che potevano derivarne; ma solo pochi, e soprattutto in tempi recenti, vi si sono soffermati, riconoscendoli come tali e tentando di inquadrarli sul piano clinico o metapsicologico.
Tra questi pochi, oltre a Federn e a Weiss, sono da citare Helen Deutsch (2), Phyllis Greenacre (11b), Ralph Greenson (12a), Stoller (28), Edit Jacobson (17), Ritvo e Provence (24). Tra quelli che in passato se ne sono occasionalmente occupati, è degno di menzione S. Ferenczi (5b, 5c), il quale ha lasciato alcune note cliniche molto interessanti, ma sfortunatamente rimaste allo stato di appunti; per il resto ho potuto rilevare che, nella grande maggioranza, gli analisti si riferiscono ai fenomeni imitativi