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La lettura di questo lavoro è tale da determinare un immediato e forte investimento emotivo da parte di ogni analista che vi si accinga. Esso costituisce una puntualizzazione dello status attuale della psicoanalisi di una straordinaria lucidità, misura e insieme spregiudicatezza, ottenute dalla applicazione rigorosa della metodologia psicoanalitica all'osservazione dei problemi di fondo che si connettono alla valutazione dei candidati e quindi della personalità degli analisti.
In tutti i paragrafi, dalla rassegna della letteratura al disagio nella psicoanalisi, dall'analisi applicata alle mete del training, la Heimann opera una demitizzazione che definisce in una precisa realtà concetti e posizioni assunti a connotati feticizzati della psicoanalisi. Basti pensare alla critica, talora personalizzata attraverso citazioni di altri autori, della nozione che l'attenzione fluttuante dell'analista consiste in un sogno diurno, sia pure controllato o condizionato, o in una reverie (Fleiss; Fleming; Bion). O più oltre la disamina dell'empatia, dei rischi che vi sono connessi e la sua riduzione alla vicenda controtransferale con particolare riguardo all'identificazione. Discutendo la possibilità di comprensione su base identificatoria la Heimann introduce con Holt il processo cognitivo quale operazione mentale complessa e non attivata esclusivamente da processi di introiezione: in tal modo l'autore realizza una riduzione di quella che definisce una “quasi monopolistica dominanza dell'oralità”.
Dopo avere passato in rassegna questi concetti cardinali il lavoro passa a considerare le qualità richieste per essere un buon analista. La polemica contro l'idealizzazione e le illusioni delle Società psicoanalitiche è esemplificabile nella contestazione delle affermazioni della Langer che richiede all'analista una passione derivata dal bisogno di riparare oggetti interni danneggiati e parti dell'Io.
La Heimann replica che l'idea “di una professione come chiamata del Super Io… l'esclusione