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Le concezioni psicoanalitiche relative alla psicopatologia delle psicosi derivano soprattutto da una serie di lavori scritti da Freud tra il 1910 e il 1915. Come è agevole rilevare da essi, per la comprensione dei fenomeni clinici delle psicosi Freud si riportava a due concetti principali: in primo luogo il narcisismo, concetto allora da lui appena formulato; in secondo luogo all'economia della libido ossia alla distribuzione delle cariche di energia psichica (libidica) e alla loro modalità operativa nel funzionamento della psiche.
Con questi due nuovi concetti Freud forniva uno schema di riferimento che permetteva sia di chiarire numerosi caratteri delle psicosi che di inglobare neurosi e psicosi in una teoria unitaria del modo di funzionare della mente. Ripetendo quanto aveva già effettuato per il sogno e per il sintomo neurotico, egli riuscì pertanto ad inserire nella gamma dei fenomeni quotidiani anche le alterazioni psicotiche il che, se non fu proprio rivoluzionario, fu certo straordinariamente importante.
D'altro canto negli anni seguenti egli introdusse parecchie modificazioni e aggiunte al corpo dottrinario della psicoanalisi. Si trattava di aggiunte estremamente ricche di implicazioni e alle quali, da quando comparvero, siamo soliti riferirci col termine di teoria strutturale.
I precipui aspetti di tali innovazioni comprendono il concetto di Super Io, quello di aggressività in quanto pulsione avente dignità eguale a quella della libido, l'importante ruolo di mediatore svolto dall'Io, l'individuazione di tutta una varietà di difese allestite da questo, infine, il riconoscimento del carattere intrapsichico del conflitto, nozione quest'ultima ormai condivisa da tutti e nella quale di primo piano è la parte che vi giuoca l'angoscia in qualità di segnale di pericolo. In qualcuna delle sue opere successive Freud applicò questi nuovi concetti a