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Già fin dalla pubblicazione del caso Dora, nel 1905, gli psicoanalisti hanno considerato in generale l'analisi del transfert il principale obiettivo della tecnica psicoanalitica. Questo indirizzo ha assunto tali proporzioni che gli analisti kleiniani considerano tutte le interazioni tra analista e paziente come transfert o controtransfert, e indicano la interpretazione come il solo intervento corretto. I freudiani “ortodossi” osservano spesso che possono verificarsi interazioni personali diverse da quelle transferenziali, ma tendono a considerarle, almeno nei loro scritti, irrilevanti o banali; essi riconoscono che interventi diversi da quelli strettamente definibili come interpretazioni possono a volte rendersi necessari, ma tendono a considerarli soprattutto come “parametri” (interventi arbitrari) da usarsi con parsimonia e poi da eliminare (Eissler 1953, 1958). Nel complesso entrambi i gruppi ignorano l'argomento.
Col passare degli anni, tuttavia, un certo numero di analisti, troppo eterogenei per essere classificati in gruppi, hanno rivolto sempre più il loro interesse a quelle che possono definirsi interazioni non transferenziali o “reali” nel corso del trattamento analitico. Diviene subito evidente che il problema è difficilmente codificabile. Per es., pur riconoscendo l'importanza delle inevitabili interazioni non transferenziali che si verificano, essi tendono a considerare la possibilità che ogni intervento non interpretativo possa divenire un parametro pericoloso. Alcuni sollevano il problema, ma poi segue un cauto silenzio su come questo materiale deve essere trattato. Oppure il loro discorso è limitato a casi eccezionali e implicitamente eliminato dalla tecnica corrente. Nessuno di questi modi di considerare il problema ci sembra soddisfacente.