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Ci troviamo dunque da un paio d'anni di fronte a un boom cinematografico del sesso. Le barriere che le varie istanze etico-giuridiche opponevano alla spinta verso un'accentuazione dell'elemento erotico nella produzione cinematografica, sono più o meno improvvisamente crollate: la censura preventiva è divenuta più tollerante; i Procuratori della Repubblica, stanchi di esercitare l'ingrata funzione di denunciatori delle presunte velleità pornografiche dei produttori di film, sembrano ormai disinteressarsi di quanto si proietta nelle sale cinematografiche; e quella stessa porzione dell'opinione pubblica, che sotto l'azione di complicati processi psicologici profondi si sentiva in dovere di denunciare, almeno sulla stampa, la “vergogna” di certi spettacoli, vista l'inutilità delle proprie iniziative, si è rassegnata a lasciar perdere.
Tutto questo è certamente altamente positivo. Perché ogni volta che vengono a cadere proibizioni e limitazioni estrinseche alla libera espressione di un pensiero, di una produzione fantastica o di una creazione artistica, i vantaggi sono sempre e comunque superiori ai danni e ai rischi eventuali, per cui ce ne dobbiamo rallegrare come di una positiva conquista.
Detto questo in forma assai netta e chiara, è tuttavia opportuno considerare più dappresso questo fenomeno nei suoi aspetti psicologici e sociologici.
A tal fine vediamo intanto in che cosa concretamente consista l'avvenuto spostamento della frontiera del lecito sessuale nel campo della rappresentazione cinematografica.
Si può fare un certo elenco:
Fine del reggiseno obbligatorio: prima limitatamente alle donne di colore, poi con estensione anche alle bianche (evidentemente questa
gradualità risulta da una combinazione di un'impostazione razzistica con quel modo di sentire per cui il denudamento della donna equivale ad una sua degradazione).
Consentita la visione integrale del nudo di spalle, purché a corpo eretto.
Quanto al nudo di profilo o di prospetto, mentre permane nei confronti dei