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La lettura dell'articolo di Winnicott, “La malattia psicosomatica nei suoi aspetti positivi e negativi”, e la contemporanea esperienza di trattamento psicoanalitico di alcuni pazienti psicosomatici, (1) mi hanno indotto a queste considerazioni che ritengo utili soprattutto sul terreno pratico.
La psicoanalisi ha dato in passato un contributo determinante allo studio dei conflitti mentali che causano certe malattie somatiche e la maggior parte dei medici non ha difficoltà ad accettare più o meno profondamente e consapevolmente il punto di vista teorico della psicosomatica.
Il fatto che certe fantasie inconsce, in alcuni stati conflittuali, si esprimano somaticamente, rappresenta un meccanismo ormai acquisito ed è perfino scontato che fantasie specifiche siano considerate etiologiche di certe specifiche sindromi.
Quando affrontiamo come psicoanalisti il malato psicosomatico e cerchiamo di curarlo vi sono due rischi fondamentali, contro i quali giustamente Winnicott ci invita a stare in guardia. Il primo è quello di “salire nella sfera dell'intellettualizzazione e perdere il contatto con il paziente reale” ed accorgersi allora “che il termine psicosomatico perde la sua funzione integrativa”. Il secondo è quello di rimanere sommersi