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B. è un uomo di 38 anni, aitante e di bell'aspetto, che mi viene inviato da un medico condotto.
Alquanto esitante ed ansioso all'inizio, in seguito si esprime con franchezza e spontaneità.
Racconta che quattro anni fa, mentre si trovava in un grande città straniera dove era emigrato per lavoro, nel pieno di una festa di Carnevale e dopo aver atteso invano una ragazza cui aveva dato appuntamento, fu colto da una prima violenta crisi d'angoscia accompagnata da un senso d'impaccio alle gambe. Ne seguì un'intensa fobia per i luoghi affollati, specie se al chiuso, situazioni in cui egli si sente “chiuso, costretto”; in tali occasioni si ripetono gli stati di angoscia acuta, la quale molto più di rado insorge senza la condizione fobocizzata. La sua vita ne è stata limitata, pur non derivandone un serio impedimento all'attività lavorativa anche in situazioni di responsabilità, come tuttora. La presenza di persone di fiducia (moglie o amico) elimina quasi del tutto il fenomeno fobico. Egli aggiunge anche di essere genericamente apprensivo, iperemotivo.
I suoi genitori sono vivi ed abitano con lui; la sorella, di otto anni maggiore, è sposata. La figura del padre, già muratore ora pensionato, risulta sbiadita; la madre è descritta quale ostinata (come lui), severa, molto attiva.
B. trascorse l'infanzia e l'adolescenza nella stessa località dove tuttora abita; l'economia familiare fu spesso molto povera. Egli ebbe buoni successi scolastici e si diplomò in una scuola media superiore. Rimasto disoccupato, sedici anni fa gli si presentò l'occasione di emigrare all'estero; nella nazione straniera egli lavorò come operaio e motorista d'aeroplani anche in volo, fece un'esperienza fallimentare quale proprietario