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Piera viene inviata in analisi per agorafobia. Ha 28 anni. Appartiene a una famiglia medio-borghese. Ha conseguito la laurea in una Facoltà scientifica. È sposata con un ex collega di Università. Ha un fratello minore di due anni che, contrariamente alla sorella, non ha conseguito un diploma a livello universitario.
I genitori sono descritti ambedue come freddi, ostili, tanto da creare un ambiente definito come “congelato”: il padre evasivo, indifferente, fautore della resistenza passiva; la madre molto rigida, perfezionista, con disturbi nevrotici di tipo ossessivo.
Piera si descrive fin da bambina come chiusa, poco socievole, orgogliosa. Preferiva i giochi maschili alle bambole che prestava volentieri al fratello. L'ottimo successo scolastico era determinato da una netta volontà di primeggiare sulle compagne di scuola, verso le quali ha tuttavia sempre provato sentimenti di rivalità e di inferiorità.
Non ha avuto esperienze sentimentali prima del matrimonio.
Non ha figli (il marito è diagnosticato sterile dopo alcuni anni di matrimonio). Piera situa a quell'epoca l'insorgere dei suoi disturbi.
All'inizio la sintomatologia è meno strutturata e si configura soprattutto in un corteo di sintomi di conversione. I disturbi assumono però presto i caratteri di una sindrome agorafobica. Compare anche la frigidità.
La paziente è andata progressivamente restringendo ogni attività; al momento in cui viene in analisi le è possibile uscire di casa solo se è alla guida della propria auto o se è in compagnia del marito. Quest'ultimo ha il carattere di protettore magico.
I primi mesi di analisi si svolgono sotto il segno di un'estrema mutevolezza