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Nella nuova collezione dell'Editore G. Martinelli è comparsa, curata da A. Saraval, la traduzione italiana di questo classico saggio di Melanie Klein.
Nello studio dell'invidia e della gratitudine, il pensiero della Klein assume forme espressive particolarmente efficaci e stringenti, raggiungendo una peculiare “classicità”, come di chi, al termine del proprio lavoro, sopita ogni nota polemica, riguarda alla propria costruzione con la pacata concezione di aver contribuito ad un essenziale progresso della psicoanalisi. Ed in questa prospettiva il richiamo che ella ripetutamente fa ai maestri Freud ed Abraham ha, anche sul piano stilistico, una particolare aderenza. Il lettore vi ritrova infatti alcune caratteristiche proprie di quegli Autori: una prosa piana e limpida che offre, dietro l'apparente semplicità, una straordinaria densità e complessità di temi. Il fascino della lettura di questo testo della Klein sembra infatti essere rappresentato anche dalla rigorosa coerenza con cui, impostate le premesse iniziali di ordine generale, il discorso si svolge con inoppugnabile rigore che potremmo definire contrappuntistico, integrando costantemente il dato clinico e quello teoretico. Viene fatto da un lato di pensare per la sua forma “more geometrico demonstrata” all'etica di Spinoza od all'arte della fuga bachiana, in cui uno sviluppo tematico continuamente rinnova ed amplia l'ispirazione fondamentale.
La tendenza riduttiva caratteristica di ogni operazione psicoanalitica viene qui portata all'estrema conseguenza, ricollegando ogni successiva esperienza umana ai vissuti dei primi mesi di vita. Ma questa riduzione così rigorosa, lungi dal mortificare la complessità dell'esperienza affettiva adulta ricondotta alle vicende antinomiche e schematiche del mondo neonatale, riconosce nel sentimento di impotenza e nella tensione ostile verso un oggetto perduto e mai più ricuperabile nella sua pienezza di fruizione, la matrice di ogni successivo sviluppo, articolato pur sempre sul le