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Vi sono argomenti o concetti sui quali la psicoanalisi possiede, rispetto a ogni altra disciplina interessata, conoscenze indubbiamente più estese e approfondite, ma che pure non sono sufficienti a formulare su di essi una teoria psicoanalitica compiuta, come la teoria della libido, o la teoria delle nevrosi. Si pensi, ad esempio, al capitolo riguardante le perversioni, o a quello sui processi creativi. In questo senso, si può dire che nessun argomento ha avuto in psicoanalisi uno sviluppo più ricco e avanzato, e insieme più elusivo e scoraggiante, di quello dell'aggressività. Pur essendo Freud in grado di descrivere le fantasie sado-masochistiche nell'isteria fin dal 1897 - come testimoniano le sue lettere a Fliess - egli fu per la massima parte della sua vita restio ad ammettere che le manifestazioni visibili dell'aggressività e quelle occulte, rilevabili col metodo psicoanalitico, mettessero capo a un istinto specifico, distinto da quello sessuale. Così si oppose decisamente a Adler quando questi descrisse, prematuramente ma per primo , un “Aggressionsbetrieb”, mostrandone tutta l'importanza psicologica e psicopatologica. D'altra parte, lo stesso Adler doveva, di lì a poco, sconfessare la sua scoperta, considerandola come un banale errore. “Nel 1908” - scrisse poi - “mi venne l'idea che ogni individuo esista realmente in uno stato di permanente aggressività, e fui così imprudente da chiamare questo atteggiamento ‘istinto aggressivo’. Presto però realizzai che non avevo a che fare con un istinto ma con un atteggiamento, in parte conscio e in parte irrazionale, verso i compiti che la vita impone”.(1)