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Il relatore presenta due casi clinici.
Nel primo caso si tratta di una paziente che, dopo il primo mese di analisi, assunse un particolare tipo di comportamento, assentandosi in media alla metà delle sedute, pure pagandole regolarmente. La paziente poteva concedersi L'analisi solo a condizione di distanziare le sedute e L'analista. Il relatore sottolinea della storia della paziente il rapporto simbiotico con la madre, una
rapida successione di partner prima idealizzati e poi distrutti, la sensazione sgradevole che provocò fin dall'inizio la paziente in lui, la grande difficoltà di analizzare le assenze della paziente, che ogni volta lo prega di non cacciarla via e gli promette di non mancare più.
Il dr. Gragnani sottolinea L'aggressività della paziente, le tendenze distruttive che la spingono a tenersi lontana dall'analista e a rassicurarsi poi di non averlo distrutto.
Il dr. Sassanelli ravvisa nel comportamento della paziente un modo di collocare nell'analista parti di sé, di mettere dentro L'analista le sue feci rappresentate dal denaro, e di controllare così L'analista stesso. Sembra che la paziente abbia la necessità di sentirsi accettata, la necessità che L'analista accetti il suo narcisismo senza interpretare. Ogni interpretazione rappresenta un'accusa, poiché le parole sono L'unica realtà che la paziente può comunicare, quindi non vuole parole ma vuole depositare parti di sé nell'analista e possederlo.
Il dr. Deidda fa notare come importante sia nella paziente il problema della dimensione temporale, quindi suggerisce, per la terapia di pazienti di questo tipo, la necessità che L'analista si fonda con il paziente uscendo dalla temporalità, facendo insieme al paziente una regressione controllata, cercando di integrare nel paziente i frammenti del Sé, tenendo conto della sua tendenza a stabilire un rapporto simbiotico e del timore che ha di ciò per la perdita di identità che ne consegue.
Il dr. Gaddini sottolinea il grave disturbo d'identità della paziente che deve