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Quando scelsi il tema della relazione di stasera non avevo nulla di ben preciso in mente, ma solo qualche idea che riguardava la psicoanalisi in qualità di processo di apprendimento adatto a produrre, nell'individuo e nel gruppo, un corretto riconoscimento della realtà psichica. Nonostante la genericità del mio progetto, ero convinto di riuscire ad attirare il vostro interesse su un argomento del quale, più che riconoscere, intuivo soltanto l'importanza: adesso che mi accingo ad esporverlo, mi accorgo però che il compito principale che mi ero proposto, quello di trasmettervi una mia motivazione, è pure il più arduo forse da conseguire. La letteratura sull'apprendimento è la più vasta di tutta la psicologia e anche se togliamo da essa il larghissimo settore corrispondente a tutto ciò che poco o nulla spartisce con la psicoanalisi, l'area che tuttavia essa seguita a ricoprire è di un'estensione disarmante. Il rischio di infliggervi una serie di nomi, ipotesi, confutazioni ed altro era dunque assai elevato, almeno quanto la difficoltà, da parte vostra, di evitare la noia. Ho cercato di ridurre al minimo questo inconveniente anche se non l'ho eliminato del tutto; perciò, oltre a quelle dovute alle mie incapacità personali, vi sono, nell'esposizione, deliberate lacune che potranno semmai essere colmate durante la discussione.
Come sapete, per apprendimento si intende il processo con cui si origina o si modifica un'attività di fronte a una situazione, semprechè le caratteristiche di questo cambiamento non siano imputabili a tendenze innate o a fattori di maturazione (1). Pertanto, in uno studio psicoanalitico