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Intendo occuparmi di un particolare tipo di furto, spesso riscontrabile in pazienti che hanno difficoltà nel riconoscere ed accettare il bisogno di un oggetto; dirò subito che non mi riferisco a furti in senso legale, ma a tentativi di prendere “ciò che vi è di buono” nell'oggetto per scopi diversi, che mi propongo di descrivere. Porterò un paziente in cui tali fantasie sono state agite sin dall'infanzia, mostrando in che modo esse si presentarono successivamente nel transfert. Penso che, visto in tal senso, il problema del rubare in analisi sia assai frequente, e che di esso si abbiano, in maniera più o meno chiara, moltissimi esempi.
Nel presente lavoro mi collego ad alcuni dei concetti così chiaramente esposti da B. Joseph in “Un aspetto della ripetizione compulsiva” . La mia ipotesi è che nel caso da me presentato e in altri che ripetono gli stessi meccanismi, il furto è una difesa da ansie centrate sulla dipendenza; che la dipendenza in se stessa scatena odio, poiché si collega a una precoce situazione di invidia — come descritto da M. Klein — in cui il seno, in quanto valutato, è stato immediatamente invidiato, odiato ed attaccato. Tale situazione, con l'inevitabile sequenza di angoscia e dolore che comporta, può essere così penosa che la dipendenza da un oggetto — il valore di quest'ultimo, il bisogno di esso, la sua stessa esistenza come qualcosa di separato ed esterno — vengono negati, mentre si ha un tentativo di incorporare l'oggetto in modo magico ed onnipotente. Sono tali processi appunto che intendo illustrare, valendomi del materiale di un soggetto adulto, il Dr. A. di 35 anni.