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Non si può dire che regni un vero accordo tra gli psicoanalisti sui vari aspetti che concernono l'attività interpretativa. I dissensi vertono non solo su cosa, quando e come interpretare, ma anche sull'importanza stessa da attribuire al lavoro interpretativo. Così, dalla posizione di coloro che tendono a screditare il compito interpretativo, arrivando a sostenere che qualsiasi interpretazione costituisca una difesa verso l'inconscio e che uno psicoanalista sufficientemente libero d'angoscia non proverebbe mai il bisogno d'interpretare (Anzieu), si passa alla posizione opposta rappresentata da quelli che concedono all'interpretazione un ruolo di assoluto privilegio, asserendo tra l'altro che l'interpretazione precede il transfert ed anzi lo promuove.
Se è probabile che la maggioranza di noi concordi nel rifiutare tesi così estreme e le giudichi come esempi, rispettivamente, di disuso ed abuso dell'interpretazione, non ci potremo tuttavia aspettare un consenso altrettanto facile nello stabilire il peso, la rilevanza, l'estensione che deve assumere l'attività interpretativa in seno al lavoro analitico, in definitiva cioè quello che si ritiene debba essere il corretto uso dell'interpretazione.
Uno scopo del seminario è stato appunto quello di verificare se e quali potevano risultare i punti di maggiore convergenza, se, almeno su certi argomenti tecnici, ritenuti fondamentali, si parlasse un linguaggio comune.
Una delle tesi principali sostenute dal conduttore del seminario è stata quella di ritenere l'interpretazione di transfert non solo come l'unica interprelazione