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Ciò che segue ha innanzi tutto lo scopo di informare i colleghi che non hanno potuto partecipare al congresso circa il tenore e l'atmosfera di quest'ultimo, prima che la pubblicazione degli atti sull'International Journal of Psychoanalysis ne consenta una conoscenza dettagliata. Nello stendere degli appunti presi nel corso del congresso, ho inteso però anche contribuire a far sì che l'amore che credo tutti gli psicoanalisti italiani portano al proprio lavoro, aderisca spontaneamente e liberamente alle vicende della ricerca psicoanalitica, affinché la valutazione degli orientamenti, la plausibilità delle ipotesi, l'apprezzamento dei risultati, insomma la ricerca della verità segua sempre più la via dell'intima, convinta adesione, scevra da preconcetti, del singolo analista alla spiegazione dei fatti osservati e descritti, sottraendosi all'influsso personale dell'uomo o dell'altro autore o al parteggiare passionale per l'una o l'altra ideologia. Mi auguro che la partecipazione in questo spirito degli analisti italiani ai congressi internazionali di psicoanalisi divenga sempre più nutrita ed assidua.
Cercherò di passare brevemente in rassegna le quattro giornate dei lavori scientifici del congresso, omettendo deliberatamente la giornata dedicata alle varie riunioni amministrative. Cominciamo dalla mattina di lunedì 23 luglio allorché, ad un concertino di strumenti a fiato d'intento apprezzabilmente distensivo (anche se un po' spaesato alle dieci di mattina di un lunedì di fine luglio paradossalmente autunnale), ha fatto seguito il discorso presidenziale di Leo Rangell. Teoricamente, da un discorso di commiato e di conclusione di un quadriennio di esperienza al governo dell'I.P.A., ci si sarebbe potuti aspettare un bilancio chiaro ed esplicito dal punto di vista amministrativo e da quello scientifico. Tuttavia, già nell'ultimo Newsletter, uscito prima del congresso, Rangell aveva lasciato trasparire un certo disagio interiore come “epilogo” del suo mandato: “In psicoanal