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Il documento che segue è significativo per vari motivi. Esso dimostra quanto sia in errore chi, come fece il sottoscritto, creda di potersi attenere alle regole del fair-play con i rappresentanti di un'autorità opaca e totalitaria. Di esperienze analoghe sono stati protagonisti innumerevoli intellettuali sotto i più vari regimi autocratici. Un dialogo risulta in tali casi impossibile, e gli esiti del tentativo appaiono semplicemente allucinanti — proprio come accade nel Processo di Kafka, o in Buio a mezzogiorno di Koestler.
Un secondo aspetto della vicenda sa di commedia, se non di farsa. Molte volte — è stato rilevato — la plumbea atmosfera del totalitarismo può essere rischiarata da sprazzi di genuina ilarità, provocati dalla stolidità e dall'incapacità di giudicare di coloro che, a livelli diversi, detengono qualche po’ di potere. La lettura del documento — giunto nelle mani del sottoscritto per la cortesia di uno scrittore che faceva ricerche d'archivio, e che preferisce conservare l'anonimato — fa pensare in certi momenti che l'estensore possa essere stato un umorista: tanto appaiono incredibili, e come frutto di parodia, l'esposizione, le motivazioni, gli apprezzamenti. E invece, tutto è autentico!…
Giova infine avvertire che — reso più avveduto dall'esito della “pratica”, e seguitando a contare sull'insipienza delle “autorità” a cui si era rivolto — il sottoscritto continuò tranquillamente a far parte della Wiener Psychoanalytische Vereinigung finché non fu riconosciuta dall'Associazione Psicoanalitica Internazionale, nel 1935, la Società Psicoanalitica Italiana.