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La tecnica psicoanalitica è fondata sull'interpretazione, debitamente distinta dalla rassicurazione o dalla suggestione. Ciò spiega il fatto che, come argomento di studio e di ricerca, l'interpretazione si trovi costantemente alla ribalta. Per intendere in che cosa consista la sua evoluzione, occorre tener presente che essa segue da vicino lo sviluppo della teoria. Il progressivo approfondimento delle conoscenze teoriche sul rapporto oggettuale nello sviluppo dell'individuo ritorna con vantaggio sull'esperienza clinica, nel senso di un'approfondita conoscenza dei vissuti del rapporto analitico nello sviluppo del processo terapeutico. Ciò influenza necessariamente la tecnica, e insieme l'uso dell'interpretazione.
Problemi che erano già oggetto d'indagine e di discussione quarant'anni or sono — all'epoca, mettiamo, del famoso questionano di Glover — possono in questo modo trovarsi ad essere di nuovo attuali a turno: “quanto” interpretare, “quando” interpretare (il cosiddetto “timing”), se interpretare fuori dal transfert, etc. Ma è chiaro che la discussione odierna di uno di questi problemi non può che partire dalle attuali conoscenze, ed il problema non essere più, già per questo, lo stesso di allora. Melanie Klein asseriva negli anni trenta, a proposito di “quanto” interpretare, che si può sbagliare solo per difetto, mai per eccesso. Nessun analista oggi, tra gli stessi kleiniani, porrebbe il problema in termini così esclusivamente quantitativi. Posto in questo modo, cioè, il problema ha cessato di esistere. Il “quanto” si può e si deve porre ancora oggi come problema, ma in modo imprescindibile dal “quando”. Winnicott lo pone, dopo lunga esperienza, in modo drammatico: “Mi sgomenta pensare alla quantità di cambiamento profondo che io ho impedito o ritardato…