You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Farò un breve discorso teorico-clinico che muove dalla rilettura che vi ho proposto e non vuole essere niente di più che un'introduzione alla discussione di certi punti.
Nessun tentativo da parte mia, quindi, di una sistemazione personale di fronte ad una materia che richiede ancora una rigorosa messa a fuoco.
Nel panorama internazionale della psicoanalisi era possibile cogliere fino al Congresso di Parigi una certa riluttanza ad interpretare, una certa tendenza a svalutare l'interpretazione verbale. Di questa tendenza più o meno esplicita o razionalizzata in certa letteratura cogliemmo ancora echi rinforzati nell'“arringa” di Greenson al Congresso Internazionale del 1973, dove l'attacco alla scuola inglese era soprattutto centrato sulla frequenza e sulla precocità degli interventi verbali.
Nelle scuole italiane, d'altra parte, ancora si discute la collocazione dell'interpretazione di transfert alla quale a stento si concede un ruolo tutt'al più prominente, mentre l'equazione: interpretazione=interpretazione di transfert viene considerata una caratteristica in esclusiva della tecnica degli analisti kleiniani. Presso gli analisti “non kleiniani” a volte si ha quasi l'impressione che l'interpretazione di transfert si consideri una specie di asso nella manica dell'analista esperto col paziente “esperto” (leggi ad analisi inoltrata). Ovvero: