You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
La domanda su come si formino dentro di noi le interpretazioni, quali elementi raccogliamo e quali tralasciamo nella formulazione, e perché, mi venne in mente spontaneamente come tema di lavoro, nel corso di una discussione preparatoria ad un seminario clinico, in cui, insieme ai colleghi, volevamo studiare con accuratezza l'andamento preciso di singole sedute, dato che a tutti succedeva, nelle pause di riflessione sul proprio lavoro quotidiano, o nei momenti di rielaborazione più teorica, di non essere sempre soddisfatti di come avevamo colto e interpretato una data situazione nell'hic et nunc della seduta; a volte anzi avevamo sin difficoltà a ricordare esattamente le parole che avevamo pronunciato (per esempio, se volevamo annotarle con precisione in vista di un seminario) o a ricostruire su quali basi le avevamo formulate, mentre riuscivamo a scorgere, ripensandoci, degli elementi altrettanto importanti che magari prima avevamo trascurato.
Mi sono proposta, dunque, di studiare, mediante esemplificazioni cliniche, come è portato avanti il compito analitico sul versante del terapeuta, rivolgendo soprattutto l'attenzione alle modalità con cui, in quella particolare situazione che è il setting analitico, una persona chiamata psicoanalista, ascoltando il discorso, verbale