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L'interesse verso le espressioni creative artistiche è sempre stato dominante tra gli psicoanalisti, Freud, com'è noto, considerava gli artisti i suoi unici veri precursori nella conoscenza del mondo psichico, e non cessava mai di stupirsene. Lo studio psicoanalitico dell'espressione creativa cominciò presto, con lo stesso Freud, e rapidamente dilagò tra i suoi seguaci. Basterà appena ricordare i nomi di Otto Rank, Ernst Jones, Karl Abraham, Sandor Ferenczi, Marie Bonaparte, Hans Sachs. Quest'ultimo, che ebbe la ventura di essere il primo analista didatta nella storia del training, nell'Istituto di Psicoanalisi di Berlino, scrisse in un suo famoso lavoro sulle doti da richiedere preliminarmente a un candidato che, ove questi mancasse di sensibilità estetica e di interesse per l'arte, non dovesse essere ammesso al training.
L'aspetto rivoluzionario che subito si manifestò nello studio psicoanalitico dell'arte fu quello di spostare l'attenzione dall'opera creata all'artista creatore. L'interesse per l'opera, da questo punto di vista, riguardava meno il suo valore estetico e molto più ciò che essa significa per l'artista che la crea. La psicoanalisi, in altre parole, non ha mai inteso porsi in funzione estetica, e tanto meno costruire una propria teoria estetica. Nell'opera, secondo i primi psicoanalisti, si possono rintracciare i dati essenziali di una biografia inferiore dell'artista, che permettono di ricostruire in modo scientificamente attendibile i processi creativi inconsci, che hanno contribuito a determinarla.
Successivamente, le nostre conoscenze sullo sviluppo dei processi creativi e della persona dell'artista sono stati notevolmente accresciuti soprattutto dagli studi sull'attività mentale preconscia, nell'ambito della psicologia psicoanalitica dell'Io, e dalla vasta ricerca compiuta sul rapporto oggettuale infantile. Vanno citati al riguardo, Ernst Kris per i primi, e la “scuola inglese” di psicoanalisi, da Melanie Klein a Bion, per la seconda. Quest'approfo