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Quando sento parlare del presunto intellettualismo di Freud, dei suoi metodi unilaterali e del suo pensiero riduttivo, reagisco dicendomi: “mah, ciò che state cercando di dire non è giusto, o meglio è vero solo a metà in quanto tralascia l'elemento più importante: Freud uomo, quale io l'ho conosciuto negli anni in cui ero studente a Vienna, allorché ebbi con lui alcune conversazioni che lasciarono in me una traccia profonda”. Come uomo Freud aveva un'ampiezza, una ricchezza, una complessità — e mi compiaccio nel dirlo — una vivacità di contrasti, ancora più vistose di quelle che si possono trovare nel suo insegnamento.
Recentemente, mentre stavo parlando dei miei incontri con Freud con alcuni amici, questi mi suggerirono di scrivere i miei ricordi, esortandomi a farlo e dicendomi che era mio dovere rendere partecipe delle mie osservazioni un pubblico più vasto, poiché gettando nuova luce su questo genio controverso, potevano servire a correggere delle idee tanto sbagliate quanto diffuse.
Da principio ero esitante. Era trascorso quasi mezzo secolo da quell'incontro. Per quanto potevo ricordare, non avevo preso appunti, e mi chiedevo incerto se il tempo non avesse forse alterato radicalmente l'immagine mentale che avevo portato in me per tanto tempo, così che la mia poteva non essere più una registrazione fedele dei fatti. Ma poi ho riflettuto che anche questa particolare immagine poteva offrire un contributo. Quando, poco dopo, fui invitato a una riunione di medici per parlare del mio incontro con Freud, decisi di accettare e di testimoniare su quest'uomo straordinario, anche se sapevo di correre il rischio di aver dimenticato molto e che molte cose potevano ora sembrarmi diverse da come mi erano apparse nella mia giovinezza.