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In un momento in cui il fenomeno migratorio interno ha assunto proporzioni cospicue, tali da ridurre la popolazione del Sud dal 36,7% al 34,8% dell'intera popolazione italiana nel decennio 1961-1971, esso si impone all'attenzione pubblica come un problema di primo piano, che interessa l'intero paese.
Tra i numerosi disagi cui vanno incontro le popolazioni immigrate, quelli di carattere psico-sociale sono di certo i più significativi. Essi infatti toccano l'uomo in ciò che ha di più personale e più vitale: le sue radici. La mente si forma e si sviluppa sulla base di queste radici, e i meccanismi formativi possono vacillare, quando le radici si avvizziscono per un maldestro trapianto. Tra i problemi trattati in questo volume troviamo appunto quelli dell'individuo emigrato, che si deve reggere, e magari deve anche generare, senza più radici. Questo aspetto non si trova di frequente nella letteratura scientifica. Hanno prevalso come oggetto di studio, fino a questo momento, gli aspetti economici, relativi al posto di lavoro, alla casa, alle infrastrutture pubbliche, ai servizi. Oggi, e particolarmente in questo volume, viene preso in considerazione lo sradicamento, in termini di utilizzazione di potenziali umani. Ci si chiede in quale misura esso possa interferire nella resa ottimale dei potenziali innati. Nel Convegno di Varese, tuttavia — di cui il volume rappresenta la raccolta degli atti — è l'aspetto sociale della migrazione interna che è stato messo particolarmente a fuoco, e molto meno la sofferenza dell'individuo migrato. La trattazione di questo argomento, soprattutto per quanto riguarda l'organizzazione psicosomatica, tanto spesso alterata, è infatti la parte carente del volume. Vengono estesamente discussi problemi di igiene mentale nella scolarizzazione dei bambini disadattati (Gargiolli e Maurillo): ma si nota che la scolarizzazione, più che l'apprendimento, sembra preoccupare gli Autori.