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Spetta al collega Servadio e a me, che con la Principessa Tomasi di Lampedusa, siamo i superstiti della Società Psicoanalitica Italiana quale essa era quando quarant'anni fa fu sciolta dal regime fascista, collegare questo Congresso degli psicoanalisti italiani, che ora si apre con un numero imponente di partecipanti, alle origini modeste e difficili del movimento psicoanalitico in Italia.
Servadio traccerà la storia per così dire interna del nostro movimento. Io dirò qualche cosa sui rapporti — se così si possono chiamare — con l'ambiente esterno, politico, scientifico, culturale ed accademico.
Allo stesso modo come Lenin, ai suoi tempi, escludeva che in Italia potesse svilupparsi un serio ed efficiente partito comunista, anche Freud ritenne che il nostro non fosse un paese dove la psicoanalisi avesse possibilità di attecchire.
Entrambi, come si vede, si sono ingannati nelle loro previsioni. Tuttavia al tempo di Freud la sua prognosi appariva ben giustificata.
Tutto, nel clima scientifico, culturale, politico e religioso del nostro paese, sembrava nel periodo fra le due guerre mondiali, contribuire alla formazione di potenti forze di rigetto verso ogni tentativo di assimilare i punti di vista della nostra dottrina.
Sul piano scientifico il campo era tenuto da una psichiatria piattamente classificatoria fondata su interpretazioni rigidamente organicistiche. La summa del sapere psichiatrico era il trattato di Tanzi e Lugaro; di quel Tanzi che sua nipote Natalia Ginzburg