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Bellanova: Quando Freud parla di realtà psichica, parla di ciò che per il soggetto assume, nel suo psichismo, valore di realtà. Questa idea è legata “ai processi inconsci i quali non solo non tengono conto della realtà esterna ma la sostituiscono con la realtà psichica. Usata nella sua accezione più rigorosa, l'espressione realtà psichica designerebbe il desiderio inconscio e il fantasma ad esso legato”. (Laplanche e Pontalis: Enciclopedia della psicoanalisi).
Quando però parliamo della realtà psichica dei nostri pazienti non possiamo prescindere dal rapporto della coppia paziente-analista e di quanto questo rapporto trasformi la realtà psichica del paziente. Ne viene di conseguenza che l'unica realtà psichica che può costituire oggetto d'indagine dello psicoanalista mediante l'uso dello strumento psicoanalitico costituito dall'esplorazione dell'inconscio, è la realtà che viene a determinarsi e ad emergere dal rapporto della coppia terapeutica.
Se prescindiamo da tale rapporto, invadiamo campi che sono fuori dalla nostra competenza come ad es: quelli della filosofia, della fisica o della matematica, o, tutt'al più facciamo della psicoanalisi applicata la cui validità è pur sempre discutibile.
Pertanto l'esplorazione dell'inconscio è il metodo di ricerca proprio della scienza psicoanalitica e non ha bisogno di altre testimonianze. È su questo che basiamo le nostre ipotesi, le nostre deduzioni, le nostre previsioni. È su questo, fra l'altro, che dovremmo basare il nostro linguaggio che, mutuato troppo spesso ancora dalla medicina, dà, a volte, luogo a spiacevoli equivoci.
È esperienza frequente che molti pazienti, nella prima intervista, propongono un colloquio con la propria madre. “Da lei potrà sapere come si sono svolte effettivamente le cose”, ci dicono. E