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Il 21-IX-1976 è morto Mario V. Rossi. Nato a Rovigo nel 1925, era arrivato alla psicoanalisi intorno ai trentacinque anni, dopo esperienze di medicina del lavoro, con particolare interesse per i problemi psicologici degli operai in fabbrica.
Nominato membro associato della S.P.I. nel 1971, si era dedicato all'attività terapeutica privata e aveva tenuto per alcuni anni, presso l'Istituto di Psicoanalisi di via Salaria, seminari per gli allievi in training, come era a quel tempo consentito.
Nel vasto ambito della teoria psicoanalitica era particolarmente interessato ai contributi che la nostra disciplina offre per una cultura che sviluppi incontri fra le strutture dell'uomo e la società: la direzione della collana “Psiche e Storia” affidatagli dal Pensiero Scientifico era stato un riconoscimento della sua esperienza in questo campo.
In seno alla S.P.I. aveva mantenuto una posizione intonata ad un naturale riserbo: la sua partecipazione più evidente fu quella in occasione del Convegno Nazionale su “Creatività e Ortodossia” tenuto a Roma nel 1972, dove lesse un contributo originale dal titolo “Ideologia, difese maniacali e capacità creativa”.
Forse non a caso Mario Rossi aveva scelto quest'occasione e questo tema per rivolgersi per la prima volta ai colleghi della S.P.I., se si tiene conto delle particolari, sofferte esperienze attraverso le quali era giunto alla psicoanalisi. Queste vicende erano state tanto rilevanti sul piano politico nazionale tra il 1952 e il 1954, da spiegare la larga eco che la sua scomparsa ha oggi avuto nella vita pubblica italiana. Non sembri perciò fuori luogo ricordarle in questa sede.
Chiamato molto giovane alla presidenza della Gioventù di Azione Cattolica, aveva vissuto una serie notevole di conflitti che la sua struttura psichica gli aveva permesso di sostenere e successivamente