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Questo contributo consiste di due parti, una storica e una clinica. Nella prima, dove prendo in esame i concetti contenuti nel titolo e la loro evoluzione, cerco in particolare di sottolineare i seguenti punti: a) quando Freud coniò il termine di realtà psichica, gli assegnò, accanto a quello topografico, un preponderante significato genetico che rese il termine scarsamente integrabile con gli altri punti di vista fondamentali; questo squilibrio restò immutato anche dopo l'introduzione della teoria strutturale; b) un uso più assimilato del termine nell'ambito di tale teoria si è stabilito soltanto in un secondo tempo e dietro il determinante apporto del pensiero di M. Klein; laddove questo pensiero non è stato accolto, il ricorso a “realtà psichica” si è mantenuto altrettanto poco frequente che in Freud e la sua accezione è rimasta ancorata a quella originaria, intesa a indicare il valore di realtà connesso con l'ideazione del processo primario, coi suoi segni distintivi di invarianza, immediatezza e atemporalità; negli ambienti in cui l'influenza kleiniana ha esercitato invece il suo peso, il termine è diventato d'uso più corrente ma il suo significato si è modificato rispetto a quello iniziale, stemperandosi, senza sovrapporvisi del tutto, con quello di mondo interno, dizione questa contrassegnata da connotati dinamici e strutturali poco o per nulla evidenti in quella freudiana di realtà psichica; e) come “mondo interno” riconosce in “mondo esterno” un termine che ne è complemento relazionale, così “realtà psichica” ha in “realtà esterna” (o “di fatto”