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Il mio lavoro concerne l'analisi di sette adolescenti obese ego-distoniche. Ho scelto il termine di ego-distonia per distinguerle dal gruppo delle adolescenti obese che si accettano sorridendo e sembrano derivare dalla loro condizione una sorta d'allegro ottimismo verso la vita e di relativa indipendenza dagli altri, quasi il pannicolo adiposo che le fascia costituisse una riserva protettiva, un seno materno avvolgente, che le difende dalla paura e dall'abbandono.
Le mie bulimiche, invece, sono creature disperate perché a livello cosciente si vivono grasse, deformi e incapaci di controllare la loro voracità: il termine ego-distoniche, cioè un Io che rifiuta un certo stato come estremamente pericoloso, mi è sembrato preferibile alla classificazione in uso di bulimie tossicomaniche, perché quest'ultima definizione implica anzitutto un'interpretazione più che una descrizione e in secondo luogo spesso i tossicomani si accettano, non sono in conflitto con la loro fame di droga, mentre le mie bulimiche condannano perennemente il loro cedere alla fame di cibo.
Poiché il controtransfert è fondamentale nel rapporto con queste giovani pazienti sia nella fase preliminare, che chiamerò di incontro, che nella lunghissima terapia, credo utile rifarmi alle motivazioni iniziali che mi spinsero ad occuparmi di questa malattia.
Incomincerò quindi dall'occasione.
Ero consulente, sette anni fa, all'Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, col compito di formare un'equipe di psicoterapia infantile. Ci fu riferita dai reparti un'adolescente, che chiameremo Iris.