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Searles parla in prima persona in quanto espone direttamente idee ed esperienze proprie, anche se il materiale clinico, di cui si avvale, è in parte contributo dei collaboratori citati nel titolo del saggio.
L'intento dell'Autore è stato quello di dare un apporto alla comprensione eziologica della violenza in pazienti schizofrenici e depressi, del modo di trattare questa pulsione in psicoterapia ed anche quello di presentare alcune interviste, che egli condusse con alcuni pazienti di questo genere a scopo di insegnamento, per raccogliere informazioni anamnestiche di tali soggetti, riuscendo sovente a dare delle interpretazioni utili ai pazienti o a far loro comprendere la necessità della psicoterapia, oppure a catalizzare un momento particolare di essa.
Benché questi siano stati gli scopi di Searles nello scrivere questo lavoro, esso è ricco di spunti e di stimoli che vanno ben oltre le sue intenzioni, come chiaramente appare anche dagli interventi dei vari partecipanti alla discussione, ai quali Searles alla fine ha risposto.
Le interviste fatte a tre pazienti (di un quarto è solo riportata una sommaria presentazione), tutti in preda a fantasie omicide più o meno controllate — infatti una paziente annegò volontariamente la sua piccola bambina — mi è sembrato siano da leggere e studiare in dettaglio per rendersi conto della modalità tecnica usata da Searles, sia nel centrare direttamente il problema dell'aggressività, che nel riuscire a scoprire e interpretare al paziente le dinamiche sottostanti il comportamento o le fantasie estremamente violente.