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Nell'accingermi a presentare questo numero della Rivista di Psicoanalisi, dedicato all'ottantesimo compleanno di Cesare L. Musatti, la mente corre a innumerevoli episodi, ai quali è legata la mia gratitudine al Maestro, al quale devo alcune cose molto importanti della mia vita.
Ho avuto la fortuna di avvicinare Musatti nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale all'Istituto di Psicologia della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano, subito dopo il suo ritorno all'Università, dal quale era stato allontanato dal Fascismo. Avendo con lui discussa la mia tesi di laurea, ebbi presto modo di accorgermi che all'alto suo magistero era collegato l'inserimento nella cultura accademica italiana di due importanti filoni della cultura europea: la psicologia della Gestalt e la Psicoanalisi. A trent'anni di distanza dal primo incontro, il tributo pubblico di gratitudine al Maestro è ancora legato al fatto che è soprattutto per merito di Musatti che la psicologia italiana è uscita dal provincialismo per reinserirsi nella cultura europea. Ma poiché altri parlerà più estesamente dei suoi meriti scientifici, io vorrei riferirmi ad alcuni episodi che sono legati al significato umano della sua figura, e in particolare al significato “parentale” che mi lega a lui in modo personale.
È inevitabile che il transfert analitico didattico lasci in ogni allievo una particolare traccia del proprio analista, come immagine parentale. Se penso però alle tracce che Musatti ha lasciato nei miei ricordi, trovo che esse non sono tanto legate al transfert analitico quanto piuttosto a episodi esemplari di storia umana.
Se penso agli inizi del mio lavoro analitico li trovo infatti, legati, freschi freschi, ad un divano e ad una carrozzina usati. Erano