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Dal concetto di “mondo degli oggetti interni” è possibile trarre vantaggi anche sul piano della tecnica interpretativa. In linea con il pensiero di M. Klein, di W. R. D. Fairbairn e molti altri, nonché con il recente lavoro di sintesi della Manfredi Turilazzi sull'interpretazione mutativa, penso che questa ipotesi non solo sia clinica-mente accertata, ma anche tecnicamente insostituibile per chi voglia evitare la palude delle follie a deux e uscire dai limiti angusti della nevrosi di transfert, intesa come rapporto paziente-analista tout court.
Confrontando realtà interna e realtà esterna, una somiglianza mi è sembrata suggerita vistosamente dall'analisi di più di un paziente; non solo dal contenuto dei sogni, ma anche dal vivo delle situazioni che si andavano creando nel setting.
La riformulazione di Fairbairn (io libidico — io centrale — io antilibidico, già sabotatore interno), da molte parti poco considerata, sotto spoglie metapsicologiche appena mutate, si è imposta nel linguaggio di molti analisti. È stata, in una qualche misura, recepita, per esempio, da un autore come Rosenfeld che parla di “parte libidica”, di “narcisismo sadico”, di “io adulto”. Non vedo tra le due serie di denominazioni una differenza sostanziale: un codice può essere decifrato nell'altro. In tutti e due i casi ci troviamo di fronte a una struttura (io, self) e a una forma di energia ad essa legata. Ho voluto riprendere la tripartizione fairbairniana, che meriterebbe